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Ritorno temporaneamente al blog perché gli scrutini, passati da poco tempo, mi hanno come al solito offerto l’occasione di riflettere sui voti.

Seguo con grande interesse tutti i dibattiti di un certo spessore sull’argomento, evitando invece accuratamente quelli che ricorrono alle opposte semplificazioni “torniamo a bocciare in prima elementare come una volta” oppure “aboliamo tutti i voti”. Voglio tentare, in modo evidentemente incompleto rispetto alla complessità della materia, di dire la mia al riguardo, partendo da una domanda fondamentale:

 

A che cosa servono i voti?

Quando lo chiedo ai miei alunni, mi guardano sempre come se avessi appena fatto una domanda cretina e generalmente mi rispondono con qualcosa come “a capire se/quanto siamo bravi”.

Poi però chiedo loro “e a cosa mi servirebbe capire se siete bravi?”. Di solito la domanda li spiazza un po’ ma poi rispondono che mi serve a capire se promuoverli o bocciarli oppure a capire se potranno andare al liceo o no… senza contare gli occasionali provocatori secondo i quali la fonte di tutto è il sadismo dei docenti.

Con molta fatica cerco di spiegare ai ragazzi che il voto mi serve per capire – e soprattutto per poter spiegare a loro – quali obiettivi hanno raggiunto e quali devono ancora raggiungere, che cosa c’è già e che cosa manca. Loro in genere accolgono questo concetto con molto scetticismo, perché l’idea che la valutazione debba servire a loro e non ai loro insegnanti o ai loro genitori non li ha mai sfiorati.

 

Tutte le volte che faccio gli scrutini mi trovo costretto, naturalmente, a condensare la valutazione complessiva e articolata dello studente in un aggettivo (un tempo) oppure in un numero (ora). Ogni volta percepisco l’assoluta inadeguatezza di questo sistema di valutazione rispetto alla funzione che secondo me dovrebbe avere, cioè quella di evidenziare i risultati già conseguiti e quelli che vanno ancora raggiunti.

Un “6” in matematica fa capire soltanto che lo studente ha una preparazione complessivamente ritenuta “sufficiente”. Non fa capire se e quanto lo studente si impegna, se se la cava meglio con la geometria o con l’algebra, se può fare di più, se ci sono specifici argomenti che gli sono ancora estranei. Il voto, per come è concepito attualmente, sembra in effetti servire più agli insegnanti e alle famiglie che al singolo studente.

È chiaro che, parlando con alunni e genitori, si può esprimere un giudizio più articolato di quello che si legge sulla pagella ed è chiaro che il voto del compito o dell’interrogazione può essere accompagnato da qualche considerazione su quello che è stato fatto e sui prossimi obiettivi da raggiungere. Ciò che rimane sulla carta e nella memoria dei protagonisti, però, è il puro e semplice voto e non tutte le parole di contorno.

Io credo che la scuola riguardi i ragazzi e di conseguenza che il metodo di valutazione debba risultare chiaro e utile ai ragazzi e non a seconde o terze persone. Mi piacerebbe, agli scrutini, poter scrivere un giudizio invece di un semplice numero, o perlomeno mi piacerebbe avere a disposizione una pagella più articolata, che mi permetta di valutare separatamente l’impegno profuso, l’autonomia, i risultati conseguiti nelle singole materie e quindi anche di sottolineare delle specifiche carenze. Purtroppo invece sono costretto a farlo “a margine”.

 

Spesso si sente dire che le valutazioni andrebbero abolite perché “classificano” bambini e ragazzi e rendono la scuola un ambiente stressante: la proposta, formulata in questi termini, mi sembra molto superficiale.

I ragazzi dovrebbero imparare a valutare obiettivamente i propri risultati e quindi anche a riconoscere i propri limiti, errori e mancanze, purchè venga loro insegnato ad interpretare questi ultimi come dei punti di partenza e non come delle condanne senza appello.

Lasciar credere ai ragazzi che sono bravissimi in tutto e che la loro preparazione è ottima anche quando è vero il contrario è sbagliato perchè non li prepara ad affrontare i fallimenti, piccoli e grandi, che nella vita tutti incontriamo. Quando, da grandi, saranno messi di fronte ad una bocciatura o ad un concorso non superato, invece di accettare il risultato e provare a migliorare faranno ricorso o protesteranno contro presunte ingiustizie perchè non è stato loro insegnato –e loro d’altra parte non lo possono imparare da soli- che a volte si fanno degli errori e che non serve a niente rifiutarsi di ammetterli. Semmai, dobbiamo insegnare loro a vivere gli errori senza sentimenti di colpa o inferiorità ma come degli eventi normali, che fanno parte della vita e del nostro essere imperfetti e umani.

Forse i ragazzi accetterebbero più facilmente una valutazione negativa se fossero incoraggiati a valutare loro stessi il proprio lavoro.

Se chiedo agli alunni di autovalutarsi, loro inizialmente non capiscono quello che intendo e si danno il voto che pensano di meritare (o il voto che pensano io voglia dare loro). Quando poi spiego che vorrei che mi dicessero quanto hanno capito, in cosa se la cavano bene, in cosa se la cavano male, quanto si sentono sicuri e autonomi mi guardano interdetti perchè non capiscono che senso abbia ragionare su tutte queste cose.

Anche in questo caso il sistema di valutazione numerico non ci viene in aiuto. Se la valutazione fosse incentrata su specifici obiettivi invece che solo su “matematica” e “scienze”, sarebbe più facile per i ragazzi individuare il livello a cui sono arrivati e misurare i progressi. Un esempio di quello che intendo è il “quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue”, dove ad ognuno dei sei livelli di conoscenza della lingua è associata una descrizione delle abilità dello studente in lettura, scrittura, ascolto e produzione orale. Se voglio valutare come me la cavo col francese, è molto più semplice e produttivo farlo guardando il quadro comune di riferimento che non dandomi un voto da 0 a 10.

Naturalmente noi possiamo proporre ai ragazzi degli strumenti di autovalutazione di questo tipo; il problema è che non sono abituati a porsi queste domande e faticano a capirne l’utilità perchè non concepiscono il voto come qualcosa di utile per loro ma soltanto come una medaglia o un’onta, a seconda dei casi.

 

Sarebbe bello se nella scuola, soprattutto in quella dell’obbligo, potessimo parlare un po’ più spesso della valutazione. Sarebbe bellissimo se tutte le proposte di ripensare il sistema venissero affrontate per quello che sono e non bollate come tentativi di abolire i voti. Sarebbe bellissimo se ci domandassimo che genere di adulti diventeranno i bambini convinti di non sbagliare mai – o che sbagliare sia vietato.

 

Ho cercato di esprimere una piccola parte delle mie riflessioni sull’argomento, senza alcuna pretesa di essere scientifico o di stabilire delle verità: il mio ragionamento è pieno di “forse” e di “penso”. Di una cosa però sono abbastanza certo: se crediamo che il nostro modo di lavorare vada benissimo così com’è e non sia aperto a miglioramenti, siamo pronti per cambiare mestiere.

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