“I voti servono per vedere se siamo bravi”

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Ritorno temporaneamente al blog perché gli scrutini, passati da poco tempo, mi hanno come al solito offerto l’occasione di riflettere sui voti.

Seguo con grande interesse tutti i dibattiti di un certo spessore sull’argomento, evitando invece accuratamente quelli che ricorrono alle opposte semplificazioni “torniamo a bocciare in prima elementare come una volta” oppure “aboliamo tutti i voti”. Voglio tentare, in modo evidentemente incompleto rispetto alla complessità della materia, di dire la mia al riguardo, partendo da una domanda fondamentale:

 

A che cosa servono i voti?

Quando lo chiedo ai miei alunni, mi guardano sempre come se avessi appena fatto una domanda cretina e generalmente mi rispondono con qualcosa come “a capire se/quanto siamo bravi”.

Poi però chiedo loro “e a cosa mi servirebbe capire se siete bravi?”. Di solito la domanda li spiazza un po’ ma poi rispondono che mi serve a capire se promuoverli o bocciarli oppure a capire se potranno andare al liceo o no… senza contare gli occasionali provocatori secondo i quali la fonte di tutto è il sadismo dei docenti.

Con molta fatica cerco di spiegare ai ragazzi che il voto mi serve per capire – e soprattutto per poter spiegare a loro – quali obiettivi hanno raggiunto e quali devono ancora raggiungere, che cosa c’è già e che cosa manca. Loro in genere accolgono questo concetto con molto scetticismo, perché l’idea che la valutazione debba servire a loro e non ai loro insegnanti o ai loro genitori non li ha mai sfiorati.

 

Tutte le volte che faccio gli scrutini mi trovo costretto, naturalmente, a condensare la valutazione complessiva e articolata dello studente in un aggettivo (un tempo) oppure in un numero (ora). Ogni volta percepisco l’assoluta inadeguatezza di questo sistema di valutazione rispetto alla funzione che secondo me dovrebbe avere, cioè quella di evidenziare i risultati già conseguiti e quelli che vanno ancora raggiunti.

Un “6” in matematica fa capire soltanto che lo studente ha una preparazione complessivamente ritenuta “sufficiente”. Non fa capire se e quanto lo studente si impegna, se se la cava meglio con la geometria o con l’algebra, se può fare di più, se ci sono specifici argomenti che gli sono ancora estranei. Il voto, per come è concepito attualmente, sembra in effetti servire più agli insegnanti e alle famiglie che al singolo studente.

È chiaro che, parlando con alunni e genitori, si può esprimere un giudizio più articolato di quello che si legge sulla pagella ed è chiaro che il voto del compito o dell’interrogazione può essere accompagnato da qualche considerazione su quello che è stato fatto e sui prossimi obiettivi da raggiungere. Ciò che rimane sulla carta e nella memoria dei protagonisti, però, è il puro e semplice voto e non tutte le parole di contorno.

Io credo che la scuola riguardi i ragazzi e di conseguenza che il metodo di valutazione debba risultare chiaro e utile ai ragazzi e non a seconde o terze persone. Mi piacerebbe, agli scrutini, poter scrivere un giudizio invece di un semplice numero, o perlomeno mi piacerebbe avere a disposizione una pagella più articolata, che mi permetta di valutare separatamente l’impegno profuso, l’autonomia, i risultati conseguiti nelle singole materie e quindi anche di sottolineare delle specifiche carenze. Purtroppo invece sono costretto a farlo “a margine”.

 

Spesso si sente dire che le valutazioni andrebbero abolite perché “classificano” bambini e ragazzi e rendono la scuola un ambiente stressante: la proposta, formulata in questi termini, mi sembra molto superficiale.

I ragazzi dovrebbero imparare a valutare obiettivamente i propri risultati e quindi anche a riconoscere i propri limiti, errori e mancanze, purchè venga loro insegnato ad interpretare questi ultimi come dei punti di partenza e non come delle condanne senza appello.

Lasciar credere ai ragazzi che sono bravissimi in tutto e che la loro preparazione è ottima anche quando è vero il contrario è sbagliato perchè non li prepara ad affrontare i fallimenti, piccoli e grandi, che nella vita tutti incontriamo. Quando, da grandi, saranno messi di fronte ad una bocciatura o ad un concorso non superato, invece di accettare il risultato e provare a migliorare faranno ricorso o protesteranno contro presunte ingiustizie perchè non è stato loro insegnato –e loro d’altra parte non lo possono imparare da soli- che a volte si fanno degli errori e che non serve a niente rifiutarsi di ammetterli. Semmai, dobbiamo insegnare loro a vivere gli errori senza sentimenti di colpa o inferiorità ma come degli eventi normali, che fanno parte della vita e del nostro essere imperfetti e umani.

Forse i ragazzi accetterebbero più facilmente una valutazione negativa se fossero incoraggiati a valutare loro stessi il proprio lavoro.

Se chiedo agli alunni di autovalutarsi, loro inizialmente non capiscono quello che intendo e si danno il voto che pensano di meritare (o il voto che pensano io voglia dare loro). Quando poi spiego che vorrei che mi dicessero quanto hanno capito, in cosa se la cavano bene, in cosa se la cavano male, quanto si sentono sicuri e autonomi mi guardano interdetti perchè non capiscono che senso abbia ragionare su tutte queste cose.

Anche in questo caso il sistema di valutazione numerico non ci viene in aiuto. Se la valutazione fosse incentrata su specifici obiettivi invece che solo su “matematica” e “scienze”, sarebbe più facile per i ragazzi individuare il livello a cui sono arrivati e misurare i progressi. Un esempio di quello che intendo è il “quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue”, dove ad ognuno dei sei livelli di conoscenza della lingua è associata una descrizione delle abilità dello studente in lettura, scrittura, ascolto e produzione orale. Se voglio valutare come me la cavo col francese, è molto più semplice e produttivo farlo guardando il quadro comune di riferimento che non dandomi un voto da 0 a 10.

Naturalmente noi possiamo proporre ai ragazzi degli strumenti di autovalutazione di questo tipo; il problema è che non sono abituati a porsi queste domande e faticano a capirne l’utilità perchè non concepiscono il voto come qualcosa di utile per loro ma soltanto come una medaglia o un’onta, a seconda dei casi.

 

Sarebbe bello se nella scuola, soprattutto in quella dell’obbligo, potessimo parlare un po’ più spesso della valutazione. Sarebbe bellissimo se tutte le proposte di ripensare il sistema venissero affrontate per quello che sono e non bollate come tentativi di abolire i voti. Sarebbe bellissimo se ci domandassimo che genere di adulti diventeranno i bambini convinti di non sbagliare mai – o che sbagliare sia vietato.

 

Ho cercato di esprimere una piccola parte delle mie riflessioni sull’argomento, senza alcuna pretesa di essere scientifico o di stabilire delle verità: il mio ragionamento è pieno di “forse” e di “penso”. Di una cosa però sono abbastanza certo: se crediamo che il nostro modo di lavorare vada benissimo così com’è e non sia aperto a miglioramenti, siamo pronti per cambiare mestiere.

Primo giorno di scuola

Due giorni fa sono ricominciate le lezioni.

Ho conosciuto la mia nuova prima e ritrovato i miei “vecchi” studenti, alcuni sorridenti ed altri che mi hanno accolto con frasi come “prof, le dico buongiorno ma si fa per dire”.

Sono un professore di lungo corso, prossimo a raggiungere i 30 anni di insegnamento, eppure per me il primo giorno di scuola continua ad essere speciale. Mi piace soprattutto incontrare per la prima volta i miei nuovi allievi e scoprire che al di là dei vestiti, delle pettinature, degli zaini e degli atteggiamenti da uomini e donne vissuti, sono dei ragazzini esattamente come lo erano, all’inizio della mia carriera, quelli che ora hanno quarant’anni e che in qualche caso sono i loro genitori.

Molti dicono che i ragazzi sono cambiati; io invece, se guardo oltre le pose e le apparenze, vedo sempre le stesse cose. Alcuni di loro sono impazienti di cominciare questo nuovo capitolo, curiosi, ben disposti; altri sono intimoriti, si sentono minacciati e dalla scuola si attendono solo umiliazioni; altri ancora la ritengono inutile e mascherano (più o meno bene) la loro ostilità.

Durante le prime ore con loro dico ai nuovi studenti quello che devono sapere di me: che non credo nell’esistenza dei negati, che non li ascolterò se affermeranno di esserlo, che voglio trasmettere loro quello che io vedo di bello e di interessante nelle scienze e nella matematica, che non giudico le persone in base ai voti che riportano nelle mie materie, che sono certo del loro impegno e della loro collaborazione.

Ogni anno mi diverto un mondo a spiare le reazioni sui loro visi –anche quelle sono le stesse da sempre- in particolare la comunissima “se non credi nei negati io ti farò cambiare idea”.

Per molti di loro il fatto di trovarsi di fronte un insegnante maschio è un’assoluta novità, che spesso li mette anche un po’ in soggezione. Inoltre insegno matematica, il che per definizione fa di me un mostro senza cuore che passa il proprio tempo libero a risolvere complicati problemi matematici in uno studio polveroso. È divertente osservare la loro reazione quando scoprono che ho il senso dell’umorismo, che ho una famiglia, che seguo e ho praticato diversi sport in quanto il matematico per definizione è imbranato in ginnastica e del tutto disadattato.

Buona serata e buon anno scolastico a tutti gli insegnanti, i genitori, gli studenti. Adesso me ne torno nel mio antro a cercare di dimostrare l’ipotesi di Riemann🙂

Non è uguale.

Faccio una scappata nel blog per dire una semplice cosa, visto che dopo 70 anni ci siamo degnati di mandare la resistenza su rai1 invece di compiacere i revisionisti e la loro fissa che bisogna ricordare anche i repubblichini. No, non ho letto i giornali di oggi con i commenti relativi alla giornata di ieri ma so che da qualche parte sarà stato pubblicato il classico articolo revisionista. Da quando sono nato, ad ogni 25 aprile, sento sempre le solite menate sulla resistenza mentre sarebbe bello che dopo 70 anni tutti si trovassero d’accordo sul fatto che la Repubblica che oggi conosciamo è nata anche dalla Resistenza e non certo da Salò.

Cari fascisti, la seconda guerra mondiale è finita e vi do una notizia: l’avete persa. Cercate di farvene una ragione. Eravate dalla parte sbagliata, come i nazisti. Credevate in coscienza di essere dalla parte giusta? Probabilmente anche i terroristi dell’ISIS pensano di essere dalla parte giusta ma non lo sono. Eravate dalla parte sbagliata, punto!

Non provate neanche a paragonarvi o peggio ad equipararvi a quelli che hanno combattuto contro di voi nella Resistenza. I partigiani hanno dato la libertà anche a voi, compresa la libertà di sputare sulla loro memoria dall’alto del vostro non si sa che cosa. E potete farlo senza essere presi a manganellate, senza essere visitati dalle squadracce, senza essere mandati al confino, che è quello che succedeva ai vostri oppositori quando al potere c’eravate voi. E non siete neanche stati giustiziati a Norimberga e salvo qualche eccezione non siete stati giustiziati neanche in Italia. Raramente siete stati privati del vostro lavoro, della vostra casa, dei vostri beni per non parlare della vostra vita. Quindi evitate perlomeno di fare le vittime.

Anche i partigiani hanno commesso atrocità, dicono, quindi sono come i fascisti. In base a questo ragionamento dovremmo forse equiparare anche delinquenti e forze dell’ordine sulla base del fatto che a volte le forze dell’ordine commettono degli errori? Dovremmo smettere di celebrare la festa delle Forze Armate perché alcuni militari non sono stati all’altezza del loro compito? Dobbiamo forse ricordare anche i mafiosi e i delinquenti morti mettendoli sullo stesso piano di coloro che sono morti combattendoli?

Ci sono state rappresaglie, dicono. Vero, e non sono state belle. Ma i fascisti cosa si aspettavano dopo vent’anni di devastazione: una stretta di mano? Un bacio in fronte? Non mi pare che quelli che occupavano posizioni di rilievo al tempo del fascismo -prefetti, giornalisti, intellettuali- siano stati fucilati o mandati al confino. Sono diventati cittadini come gli altri, con gli stessi diritti degli altri. Non sono stati obbligati a prendere una tessera di partito per poter continuare a lavorare, non hanno dovuto subire le stesse cose che avrebbero fatto se avessero vinto.

A liberare l’Italia sono stati gli alleati, dicono. Bella scoperta, basta aprire un libro di storia per vederlo scritto nero su bianco. Ora, a parte il fatto che provengo da una città medaglia d’oro al valor militare che si è liberata da sola prima che arrivassero gli alleati, il fatto che i partigiani fossero pochi è colpa di quelli che non c’erano, non dei partigiani. Se non fosse stato per i partigiani oggi studieremmo la storia dei tedeschi che ci invadono e degli alleati che ci liberano mentre noi stiamo a guardare senza muovere un dito, invece possiamo studiare una storia che ci fa un po’ più onore e che fa onore anche a quelli che non c’erano. Però, invece di accusare quelli che all’epoca rimasero a casa, si accusano i partigiani perché sono stati “ininfluenti”. Perché provare a combattere per liberare il proprio paese invece di stare a casa ad aspettare il salvatore è “ininfluente”. Dovremmo evitare di ricordare quelli che almeno ci hanno provato, senza domandarsi se e quanto avrebbero influito ma rischiando la vita? Perché? Per sgravare la coscienza a quelli che sanno che all’epoca sarebbero stati a casa o sarebbero andati coi repubblichini?

Se avessero vinto i repubblichini non ci troveremmo oggi in una repubblica democratica dove tutti, compresi i revisionisti del fascismo, possono dire la loro. La Repubblica nasce dalla liberazione, che nasce anche dalla Resistenza. Resistenza e RSI non sono uguali. Fascisti e partigiani non sono uguali. Dopo 70 anni sarebbe il caso di capirlo e magari anche di vergognarsi del fascismo invece di vergognarsi della Resistenza.

Charlie Hebdo – 2

Riprendo solo temporaneamente le attività del blog per fare alcune considerazioni su quanto è avvenuto e sta avvenendo a Parigi.

Eventi di una tale violenza mi feriscono ovunque essi si verifichino perchè la prima appartenenza che sento è quella al genere umano, indipendentemente dalla mia nazionalità, dalle opinioni politiche e dal credo religioso. Il fatto che questi eventi si siano verificati in Francia però mi colpisce in modo particolare perchè si tratta di un Paese e di un popolo per i quali ho sempre nutrito un affetto particolare. Da laicista convinto quale sono, ho sempre apprezzato la loro laicità, il loro riconoscersi prima di ogni altra cosa nei valori di libertà, uguaglianza e fraternità e il loro non riconoscersi, come Stato, in una particolare religione. Ho anche sempre apprezzato la loro capacità di conciliare una fortissima identità nazionale con un’altrettanto forte apertura, secondo il principio che un francese è reso tale più dalla cittadinanza che dalla nazionalità.

Molte voci hanno condannato questo atto criminale; fra di esse, alcune hanno chiesto di adottare misure che definirei repressive nei confronti dell’Islam in generale, tenendo così assai poco conto della grande differenza che passa tra un musulmano ed un terrorista islamico. Da più parti si ignora, più o meno consapevolmente, che tra le vittime dell’attentato di due giorni fa compaiono anche i nomi di due musulmani, uno dei quali era il poliziotto che è stato finito da uno dei terroristi sul marciapiede. E si ignora, più o meno consapevolmente, che condanne al gesto dei terroristi sono arrivate sia da molte associazioni islamiche sia da singoli musulmani. Ciò che è successo dovrebbe se mai spingere ad unire le forze con i musulmani moderati, che non si riconoscono nel terrorismo e si sentono parte del proprio Paese di adozione, per combattere gli integralisti. Non dovrebbe essere il momento per negare una moschea ai musulmani sulla base del fatto che alcuni fondamentalisti islamici hanno compiuto un attentato. Come possono i musulmani integrarsi nel paese che li ospita se sentono di essere considerati alla stregua di terroristi solo per la loro appartenenza religiosa? Non bisogna dimenticare che la tanto sbandierata cultura occidentale che si vorrebbe difendere si fonda anche sulla libertà di culto e non sulla discriminazione in base alla confessione religiosa.

Molte voci si sono levate anche per difendere la libertà di espressione minacciata da questo attentato. Tra i difensori della libertà di espressione si ritrovano però anche coloro che, anni addietro, condannavano la satira sul Papa di Daniele Luttazzi, Maurizio Crozza e Fiorello, che condannavano la satira di Luttazzi, Sabina Guzzanti ed Enzo Biagi nei confronti di Berlusconi, eccetera. Solo che la libertà di espressione non può essere difesa a giorni alterni, non può essere difesa solo quando il target è diverso da noi e solo quando è minacciata da persone diverse da noi. Dev’essere garantito il diritto a disegnare una vignetta che ritrae Maometto senza subire conseguenze ma allo stesso modo dev’essere garantito il diritto a fare satira sul Papa senza il timore che il proprio programma venga chiuso. La religione, qualunque essa sia, non deve essere intoccabile. A tutti noi capita che le nostre opinioni vengano variamente criticate e ridicolizzate ma questo non ci autorizza a chiedere che chi ci critica e ci deride debba tacere; se non vogliamo leggere una vignetta che ci offende o non vogliamo vedere un video satirico che ci disturba non siamo obbligati a leggere e guardare (naturalmente nel momento in cui si incita alla violenza nei confronti di qualcuno la cosa è diversa). E nemmeno possiamo concedere libertà soltanto alla satira che riteniamo di qualità perchè altrimenti dovremmo bandire anche i cattivi giornalisti, i cattivi scrittori, i cattivi musicisti eccetera. A me Charlie Hebdo, che era caustico, dissacrante e non risparmiava nessuno, piaceva moltissimo ma non è per questo che difendo la sua libertà d’espressione; certi giornali cattolici, ad esempio, mi urtano ma lungi dal voler limitare la loro libertà di stampa faccio semplicemente a meno di leggerli.

Ultima osservazione: oggi è stato attaccato anche un supermarket kosher. Non mi stupisce che questi terroristi siano anche antisemiti ma dobbiamo ricordare che l’antisemitismo non è una piaga diffusa solo tra gli integralisti islamici nè solo in alcuni ambienti di estrema destra; esso è purtroppo, ancora oggi, un pregiudizio piuttosto trasversale che non si può pensare di aver sconfitto.

Dopo una tragedia si possono fare due cose: unirsi per evitare che succeda di nuovo oppure reagire con la pancia. Io spero che opteremo tutti per la prima ipotesi.

Arrivederci!

Cari lettori e commentatori, negli ultimi tempi sono stato piuttosto lontano dal mio blog ed anche dai blog altrui.

Questo perchè, ora che i miei figli sono entrambi “grandi” e che uno dei due è fuori casa per l’univesità, ho trovato il tempo per fare una cosa che desideravo da un po’ di anni: rimettermi sui libri per ampliare un po’ le mie conoscenze scientifiche. La conseguenza è che quando finisco di lavorare (cioè tardi, alla faccia dei pregiudizi sugli insegnanti scansafatiche) mi metto a studiare e non ho molto tempo da dedicare al blog.

Dal momento che non posso più esserci come vorrei, ho deciso di prendermi un periodo indefinito di pausa dal blog (che naturalmente potrò anche pensare di riprendere in futuro). Vi ringrazio tutti per esservi fermati a leggere, per aver dialogato con me e naturalmente per aver scritto gli articoli che in questi ultimi mesi ho letto e commentato.

Buon lavoro a tutti e arrivederci!

Enrico

Espressioni

Sto correggendo i compiti in classe di aritmetica dei miei studenti di prima. Da una parte riscontro con piacere dei progressi anche rilevanti, che ovviamente non mancherò di far notare agli interessati. Dall’altra incontro ancora un po’ troppi errori nel risolvere le espressioni, sia per quanto riguarda le operazioni fondamentali sia per quanto riguarda le parentesi.

Da una parte ci sono studenti che durante i compiti in classe si fanno prendere dalla fretta e si distraggono, finendo per fare errori che con più tempo e più concentrazione non farebbero. In altri casi però gli studenti non sanno proprio come svolgere le operazioni fondamentali /soprattutto le divisioni che per molti sono un calvario) o lo stanno imparando ora e finiscono per fare errori grossolani. Oppure non hanno studiato a sufficienza il procedimento da seguire e se devono calcolare, ad esempio, 5+3:2, svolgono prima l’addizione e poi la divisione!

Faccio, come al solito, alcune considerazioni:

– bisogna spiegare agli studenti perchè l’espressione va risolta seguendo un certo ordine, perchè bisogna risolvere le moltiplicazioni prima delle addizioni eccetera. Bisogna mostrare che l’espressione, se risolta secondo un ordine diverso, darebbe un risultato diverso.

-Ogni anno chiedo agli alunni di preparare uno schema che riassuma il procedimento da seguire e di tenerlo con sè mentre svolgono i compiti per casa finchè non hanno interiorizzato il procedimento. Noto che alcuni ragazzi hanno difficoltà nella preparazione dello schema, cioè scrivono schemi che in pratica non risultano chiarificatori. Questo è un dettaglio molto importante perchè se lo studente non riesce a suddividere un procedimento (o un processo scientifico o un testo letterario o qualsiasi altra cosa) nei suoi passaggi non riusciranno mai a padroneggiarlo, anche se dovessero studiarlo all’infinito e ovviamente si sentiranno frustrati per questo. Mi sembra importante, indipendentemente dalla materia, insegnare ai ragazzi a fare schemi, riassunti, tabelle, mappe e tutto ciò che può aiutarli a dare un senso a quello che studiano.

-Le operazioni fondamentali si studiano alle elementari e alle medie dovrebbero essere scontate. Purtroppo non lo sono e molti studenti faticano addirittura ad eseguire una somma con il riporto, come se non ne avessero mai fatta una in vita loro. Mi domando allora: com’è possibile che ci siano tutte queste difficoltà? Intendiamoci: si può essere bravi in matematica anche senza saper fare i calcoli ed anche nella matematica delle scuola dell’obbligo bisogna utilizzarli come mezzo e non come fine (ovvero, ad esempio, bisogna capire il concetto di volume e poi trovare il volume, non applicare una formula e risolvere due moltiplicazioni senza sapere perchè). Secondo me saper fare i calcoli serve a non essere vincolati: essere costretti ad utilizzare la calcolatrice anche per operazioni semplici è una forma di schiavitù!

-Alcuni insegnanti cominciano con le espressioni alla fine delle elementari. Secondo me iniziare con le espressioni ha senso solo se tutta la classe svolge senza difficoltà le operazioni fondamentali; in caso contrario sarebbe meglio concentrarsi su quelle e lasciare le espressioni per le medie. Se è vero che le espressioni più semplici non introducono di fatto nulla di nuovo (l’unica cosa nuova è il procedimento da seguire) è vero anche che è inutile complicare delle cose che non sono ancora state ben recepite. A volte infatti i miei alunni di prima sanno con che procedimento risolvere un’espressione ma non sanno come fare le divisioni (e allora il procedimento per le espressioni a cosa serve?).

I ragazzi, comunque, se la sono cavata abbastanza bene.

Buona serata!

Non tutto è come sembra

Esiste un diffuso malinteso secondo il quale vi sarebbe una correlazione quasi infallibile tra la qualità di vita dello studente e i suoi risultati scolastici (o perlomeno il suo impegno a scuola). In altre parole, si tende a pensare che un alunno che si impegna molto e ottiene buoni risultati sia automaticamente un ragazzo senza problemi e al contrario un alunno che si impegna poco e ha risultati insufficienti sia necessariamente problematico. Certo, non di rado è così perchè i ragazzi che vivono in un ambiente famigliare difficile dove nessuno si prende adeguatamente cura di loro difficilmente trovano la concentrazione o la motivazione per studiare. A volte però possiamo trovarci di fronte a dei ragazzi che, seppur sereni e senza problemi, non hanno alcun interesse per la scuola o anche a ragazzi per nulla sereni e molto problematici che studiano per paura o perchè nella scuola vedono un rifugio.

Uno dei miei studenti di prima appartiene esattamente a quest’ultima categoria: si impegna in tutte le materie, studia, svolge i compiti e si comporta in modo ineccepibile. Eppure non è sereno, ha il terrore di fallire ed evidentemente lega la propria autostima ai propri risultati scolastici. Quando gli faccio una domanda risponde immancabilmente ma mi guarda con aria spaventata, quasi temesse che se non saprà rispondere mi arrabbierò. Durante le interrogazioni sa tutto ma gli trema la voce. Qualche giorno fa, alla lavagna, non era capace di risolvere un esercizio e sembrava davvero sul punto di avere una crisi di pianto. Appena ne ho avuto l’opportunità ho preso da parte il mio alunno, cercando di capire le ragioni di tanta ansia e cercando di spiegargli che non è tenuto ad essere infallibile e che se sbaglia qualcosa nessuno lo disprezzerà, ma non ho ottenuto molto: probabilmente mi conosce ancora poco e non si vuole aprire.

Perchè questo ragazzo è così? Gli mettono pressione a casa dicendogli o facendogli intuire che deve essere perfetto? Fanno confronti con i suoi fratelli? Pensa che l’unico modo per farsi apprezzare dagli altri consista nell’accontentarli in tutto? Usa la scuola come rifugio da un ambiente difficile?

Mi capita spesso di avere studenti di questo tipo e mi è capitato anche di sentirmi dire dai genitori cose come “abbia pazienza, è una zucca vuota”, “quello lì è una mezza tacca”, “sua sorella è molto più intelligente”, “io a scuola andavo benissimo e un figlio così mi imbarazza”. Sono tutte frasi che ho sentito, alcune anche più di una volta. Spesso rivolte a dei ragazzi che non vanno affatto male a scuola ma che hanno il “torto” di non avere gli stessi risultati dei genitori o dei fratelli o di non essere come i genitori vorrebbero.

In queste situazioni fare la cosa giusta è difficile e si tratta, come al solito, di trovare un equilibrio e di raggiungere un compromesso. Bisogna gratificare gli alunni per i loro risultati senza però dare l’impressione di stimarli solo per i risultati; non si può tacere davanti ad un insuccesso ma bisogna ricordare allo studente che gli insuccessi capitano a tutti, che prendere un’insufficienza non significa essere una nullità.

In attesa di capire qualcosa di più su questo mio studente, concludo con due suggerimento:

– per i genitori: è naturale complimentarsi con i figli per i loro risultati soprattutto se questi sono il frutto di un impegno serio e costante. Cerchiamo però di non limitare i commenti positivi ai successi scolastici, non facciamo pesare gli insuccessi, non facciamo credere ai nostri figli che devono prendere bei voti per darci soddisfazione. Ed evitiamo assolutamente i confronti, anche scherzosi, anche quando i ragazzi sono i primi a scherzarci sopra.

– per gli insegnanti: non pensiamo che gli studenti che hanno buoni risultati non abbiano bisogno di noi. Non dimentichiamoci di guardarli, di osservare le loro reazioni. Teniamo presente che quello che per noi è “questo compito è andato male ma è solo un incidente, recupererà!” per lo studente potrebbe essere “questo compito è andato male: sono uno schifo”.

E ripetiamo loro, anche se non ci ascoltano, che la nostra stima e il nostro affetto non dipendono dai risultati. Un ragazzo che pensa di non valere nulla, oltre a vivere male, è in pericolo.

Buona serata!